Recensioni

Loredana Cacucciolo, le stanze del mistero e del ricordo

 

 

«Je crois que le plus grand attrait des choses est dans le souvenir qu’elles réveillent dans le coeur ou dans l’esprit, mais surtout dans le coeur».

 

(Delacroix, Journal, 1, 269; citazione di apertura de La casa della vita di Mario Praz)

 

 

 

La prima volta che il mio sguardo è rimasto «irretito» da un dipinto di Loredana Cacucciolo la memoria mi ha subito ridato precise immagini di un film di Luchino Visconti. Ho pensato con emozione a Gruppo di famiglia in un interno, dell’ormai lontano 1974. Il dipinto che sto raccontando raffigura l’interno di una casa patrizia, con un grande specchio accanto a una finestra molto alta, un camino «scorciato» a sinistra, vasi orientali, una poltrona antica con sopra comodi cuscini. Una casa patrizia, ho detto, ma per cultura, consapevolezza della storia. Nel film di Visconti, infatti, il protagonista interpretato da Burt Lancaster, era un professore con tratti vicini allo stesso Visconti, ma anche con maggiori rinvii a uno dei più originali e singolari studiosi italiani: Mario Praz. La dimora finale (quella più «storica» e cara al Praz essendo stata quella di Palazzo Ricci in Roma) di questo importantissimo intellettuale italiano, dopo la sua morte è divenuto uno dei più affascinanti musei della nostra capitale: il Museo Mario Praz, in Palazzo Primoli, per l’appunto. La solitudine aristocratica dell’uomo completamente dedito alla celebrazione dei propri riti culturali – il professore americano e senza nome del film di Visconti, Mario Praz quale spunto narrativo – ci conducono verso la rappresentazione di dimore in antichi palazzi romani; dimore celebrative della presenza massima di libri e biblioteche, quadrerie e collezionismo ampio d’arredamento. Il professore di Lancaster-Visconti perdeva la trebisonda davanti alla possibilità d’acquisto di dipinti consegnati al genere degli interni con figure (i «gruppi di famiglia», o conversation pieces, cui rimanda il titolo del film); il Museo Mario Praz, quella che fu la sua casa, pullula di mobili scelti con raziocinio maniacale e acquerelli raffiguranti interni preziosi o anche solo «affettuosi», da cui trarre la lezione di gusti e consuetudini di epoche ormai da noi sempre più lontane.

La casa raccontata da Loredana Cacucciolo, è una casa che svolge i propri ambienti sotto il nostro sguardo, di dipinto in dipinto, come sequenza di fotogrammi di un film intimistico e, oserei dire, al limite del privato. Tutti i dipinti, infatti, sono raccolti da Cacucciolo, sotto il titolo generale di Le stanze di Andrea. A volte, un titolo più specifico segue e ne definisce ulteriori elementi narrativi – al principio si è trattato di una numerazione progressiva, poi ha cominciato a entrare in maggior dettaglio: I cerchi, che definiscono le decorazioni e gli stucchi di soffitti magniloquenti; Il dipinto giapponese, che suggerisce un’esotica e un po’ estranea presenza; Le sedie verdi, e Il cuscino rosso, come anche La tovaglia a righe, che rinviano ad eleganti tessuti e foderature; Un pomeriggio, che stabilisce un tempo d’azione scenica; Le rose, sottolineante la presenza floreale e ornamentale dello splendore di un vaso, e via citando.

Loredana Cacucciolo, sia detto con chiarezza, non è esclusivamente pittrice di interni – il suo mondo immaginativo declina diverse complessità: dal vedutismo alle figure in un interno. Ma l’ossessione visionaria del suo fare si dichiara senza fingimenti in questo ciclo delle Stanze di Andrea. Io non so chi sia Andrea, e neanche lo voglio sapere: a me osservatore, un nome in sospeso acuisce la sensazione misteriosa che la pittura di Cacucciolo persegue con stretta intenzionalità. Mi rende la suspense dell’assenza umana, che è invece, fortissima presenza attraverso le cose, gli oggetti, gli arredi. E proprio a tal proposito mi sembra opportuno citare Mario Praz (lo farei all’infinito) da La filosofia dell’arredamento: «È stato detto che a quel modo che il corpo, secondo la filosofia di Swedenborg, altro non è che una proiezione, un’espansione dell’anima, così per l’anima la casa dov’ella abita non è altro che un’espansione del proprio corpo; che per un’anima amante dell’ordine e tesaurizzatrice dell’esperienza, si stabiliscono innumerevoli affinità delicate fra essa e le cose della sua dimora esteriore, sicché infine non v’è più distinzione alcuna per lei tra il di fuori e il di dentro, e gli aspetti circostanti (come la luce che a una cert’ora raggiunge insensibilmente un certo quadro o un certo spazio sul muro…) divengono per lei non tanto oggetti apprensibili, quanto essi medesimi poteri d’apprensione e tramite a cose al di là».

Questa tradizione di interni senza figure umane, ma che alle figure umane rimandano nella sottolineatura dell’In absentia, manifestatasi sul finire del Settecento, può assimilarsi al concetto della natura morta o, per dirla alla metafisica, alla Giorgio de Chirico, delle vite silenti – e, più che spesso, il silenzio di questi interni di Loredana Cacucciolo è persino assordante. Natura mortae pittura d’interni (con e senza figure) sono considerabili di diritto, tradizionalissimi, colti, amabili generi, per mezzo dei quali l’evoluzione dei gusti attraverso i tempi hanno raccontato ad appassionati collezionisti momenti sospesi in magie irripetibili, e in personalissime visionarietà. In Cacucciolo, per esempio, vi è segnalazione di una precisa poetica di arredamento, di una realtà rappresentata con tutte le testimonianze della vita che in queste stanze viene vissuta, una sorta di paesaggio interiore: le manie, i vezzi, gli accumuli, le tracce, le memorie, le dimenticanze delle stesse nella quotidiana visione delle medesime cose, oggetti che «troppo a lungo guardati» scompaiono alla percezione visiva, alla loro funzione di accoglienza. Si potrebbe dire, dunque, che improvvisamente, in questi dipinti di pennellata all’apparenza velocissima, ma nella realtà molto meditata, compare prepotente la parola del silenzio. È come se rifrequentassimo questi ambienti dopo un periodo di assenza, un viaggio di qualche durata, ed ecco tutto ci sembra nuovo, riscritto dalla sorpresa di una riscoperta del sentimento che ci fa comprendere sino in fondo perché sopportiamo, ed è solo per amore, persino quelle «buone cose di pessimo gusto» che versi gozzaniani ci hanno scolpito nella memoria.

Per ricorrere a un’altra allegoria di formulazione metafisica, stavolta però riconducibile ad Alberto Savinio, fratello del Pictor optimus, è la vita stessa a potersi paragonare a una casa riempita di mobilio all’apparenza bric-à-brac, stando ai concetti del tempo attuale che archivia rapidamente in tale categoria tutto ciò che è consegnato ai concetti di storia e di memoria. Un mobilio, quello narrato da Savinio, che può essere una poltrona con presenza quasi umanizzata, o anche il busto di una divinità antica, certo riferibile alla cultura dell’antica Grecia, da cui i fratelli metafisici discendevano. Stando ad Alberto Savinio, basta rileggersi i racconti di Casa «La Vita», vivere è muoversi tra le stanze e gli anfratti di una casa che il tempo riempie di oggetti su oggetti, moltiplicandoli nell’accumulo.

Le stanze di Andrea, raffigurative di un gusto aulico del meridione italiano, di ambienti che ipotizziamo pugliesi, così come ci indica la collocazione geografica che ospita Loredana Cacucciolo, narrano a loro volta la tenace continuità di un esercizio di personalità che, nel corso dei tempi, non si è lasciato irretire dalle pagine patinate di riviste alla moda dedicate agli arredi di maggior tendenza. Non si tratta di confrontarsi con mobilia di produzione industriale, anche se dell’eccellenza imprenditoriale italiana o di qualche altra nazione sapiente nella modulazione del design. No: si tratta di stanze il cui residente ha nutrito se stesso di tracce storiche, parentali, di un gusto tramandabile e non di certo consumistico; nelle quali si è sempre mosso, sin dalla nascita, e attraverso le quali ha stabilito il suo singolare percorso di autoconoscenza – rimirandosi nella propria storia e non negli specchi illusori degli altri. Del gusto degli altri. Sono stanze, queste di Andrea e di Loredana Cacucciolo, in cui esercitare la lentezza. Luoghi dove i passi si rendono felpati, le azioni rallentate, le attenzioni acuite – sembra che ci si debba muovere non come elefanti nelle cristallerie, ma come saggi che sanno tenere tutto sotto controllo. Se mi è permesso autocitarmi, ricordando alcuni versi di gioventù, la casa ossessione della pittura di Cacucciolo, appartiene a un preciso sentimento del mistero – è una casa in cui, tra porte, vetri e specchi, fanno capolino anfratti dove teneri sacerdoti, spiriti protettori, autentici Lari, trascinano stancamente mobilio da sempre appassito.

Qui lo sguardo deve sapersi confrontare con le immagini di dipinti antichi, ritratti di famiglia, supponiamo, paesaggi arcadici, residui di sacre tematiche. Questi quadri di Cacucciolo, spesso e più che spesso, danno l’impressione di tentate Mise en abîme, con dipinti nel dipinto che ci possono far immaginare altri dipinti con dipinti e ancora avanti. Ma la tentazione è evitata per le scarse notizie pittoriche che ci vengono fornite, ogni elemento essendo suggerito, rendendosi i soggetti di questi dipinti nel dipinto del tutto sfuggenti per la necessità pittorica di una velocità sospesa tra impressione ed espressione. I dipinti sono lì, per narrare in maniera evidenziata un passato e un presente appunto di collezionismo, di conservazione delle memorie, esaltazione delle stesse. Viene da ripensare ad alcune specifiche maniacalità collezionistiche, illustri e nobilissime, come la passione di Moïse de Camondo, quanto ne viene rappresentato dal museo parigino intestato al figlio Nissim, tanto bene ricordatoci da un bel romanzo italiano sottovalutato e negletto come Le variazioni Reinach di Filippo Tuena.

In alcuni dipinti, un clavicembalo (ma anche un pianoforte verticale) ci riporta a una storia di musica fatta in casa, tra parenti e amici; suggerisce all’immaginazione del nostro udito il ben temperato di memoria bachiana: una musica di timbro abbassato, ideale per i privati ambienti, soffice, orizzontale, spirituale nell’ostinazione del basso continuo. Non è, quindi e solamente, una musique d’ameublement, come poteva piacere alla raffinatezza di Erik Satie, e che pure si adatterebbe alle pieghe più riposte di queste stanze pugliesi. C’è una precisa consapevolezza culturale che permea gli stati d’animo di tutti i dipinti del ciclo. Un clavicembalo racconta un sentimento preciso. Un grande personaggio, Robert de Montesquiou, ispiratore tra gli altri del proustiano Barone de Charlus, sosteneva che un appartamento è proprio «uno stato d’animo». Ce lo ricorda Mario Praz, sempre nel magistrale La filosofia dell’arredamento, arrivando a sostenere che «facendo suo un famoso passo di Byron» de Montesquiou avrebbe potuto affermare: «I mobili sono i miei sentimenti». E continuando a citare Praz: «L’anima sensitiva (…), sia pure per un momento, si sentirà investita da quel calore che un tempo animò tutti i begli arredi».

La temperatura di questi ambienti di Loredana Cacucciolo è affidata a declinazioni cromatiche, là dove i grigi esaltano climi invernali, case non troppo riscaldate, inverni dell’anima; e là dove i caldi rossi e giallescenti, invece, sottolineano sensazioni di calore, case ora riscaldate, caldo mediterraneo. Le luci e le ombre che compaiono esaltate attraverso tendaggi sontuosi, volendo contrastare, più spesso non riuscendoci, la forza della luce estiva meridionale, possono vedersi in questi dipinti di Cacucciolo così come narrati da Giuseppe Tomasi di Lampedusa in Luoghi della mia prima infanzia: «Qui cominciava per me la magia delle luci (…). Esse erano tavolta diluite dai tendaggi di seta davanti ai balconi, talaltra invece esaltate dal loro battere su qualche doratura di cornicione o da qualche damasco giallo di seggiolone che lo rifletteva».

Le Stanze di Andrea sono dunque l’occasione per delineare, disegnare e definire un museo dell’anima, un archivio delle esperienze che proprio la consapevolezza dell’anima fissa nella coscienza. Colui che osserva si aggira in un museo che rappresenta una vita che va oltre l’absentia al momento rappresentata – sorta di luogo incantato, sospeso nel tempo, magicamente diviso dalla quotidiana ressa stradale. Come direbbe Charles Bukowski, unico posto dove si voglia stare.

 

Arnaldo Romani Brizzi

 

 

 

Tracce di vita e di pittura di Carmelo Cipriani

Poltrone e sofà da tempo vacanti, lumi spenti, pianoforti serrati e violini appesi al muro, cavalli a dondolo immobili,neanche un soffio di vento a sospingerli, tutto pare  abbandonato.

Persino le numerose cornici, affastellate su pareti e tavoli, sono annullate: segni di vita trascorsa,di ricordi accumulati, eppure silenziosi come l’ambiente che li ospita. Nessuno entra nelle stanze a turbare la quiete; ogni anelito di vita è sopito. La luce, filtrata dalle grandi finestre, è lontana dal descrivere e serve solo  ad accrescere l’oblio a cui ogni dettaglio è destinato.

Anche le rade piante hanno perso il loro colore naturale per adeguarsi al grigiore della camera. Mobili e oggetti tramandano storie vissute in un tempo imprecisato, vite consumate nel benessere, forse borghesi, forse dissolute ed eccentriche, ma comunque dimenticate.

Questi gli elementi – o meglio gli enigmi – raccolti nelle “Stanze di Andrea”, ricerca tra le più interessanti dell’esperienza artistica di Loredana Cacucciolo, che nel soggetto ha riversato memoria passata e aspettative future, citazioni autobiografiche e tòpoi letterari.

La relazione fra l’individuo, l’oggetto ed il contesto di riferimento è da sempre il punto focale della ricerca dell’artista, che considera il suo esercizio pittorico sì una riflessione individuale, ma anche un processo collettivo, un’esperienza categoriale.

Poltrone vuote in vanagloriosi ambienti borghesi, sottilmente percorsi da disattese aspirazioni,ma anche strade trafficate e desolate a un tempo e letti scomposti, elevati a simboli d’intimità profanate, raramente abitati da donne in abiti succinti: questi i testimoni assunti dall’artista per documentare la silenziosa entropia della contemporaneità.

Non un’accusa, non una condanna,solo una triste e rassegnata contestazione, resa con una tecnica pittorica infallibile, sintetica nel tratto e conclusa nell’insieme. Esaltando i valori atmosferici e psicologici di ambienti immaginati o vissuti, ma comunque reali, l’artista propone un nuovo sensazionalismo, memoriale prima

che tattile.

Indefiniti nelle coordinate spazio-temporali, i suoi ambienti domestici si presentano dei“non-luoghi”, connotati non dalla transitorietà, come vuole Augè, ma dall’assenza, dalla dimenticanza, dall’identità sacrificata. A renderli è un ductus pittorico compendiario, strutturato in scale cromatiche prevalentemente fredde e scure, di tanto in tanto interrotte da improvvise accensioni dovute ad energici gialli, rossi vigorosi e bianchi abbacinanti.

Tutto concorre ad animare un effetto scenografico. Ogni elemento è predisposto con somma abilità al fine di creare la magia della visione e lo stupore evocativo. L’intelaiatura grafica è appena percepibile sotto le pennellate vibranti, mentre le masse cromatiche si compenetrano delineando atmosfere decadenti e bohémienne. Dalle opere emerge una realtà emendata di ogni aspetto transitorio, eternizzata nella sintesi formale e nella pacata carica emotiva. La rapidità del tratto non è per l’artista un modus pingendi facilmente risolutivo, ma strumento espressivo dettato da necessità interiore.

La tetra monotonia domestica e il grigiore urbano sono resi con intenzione espressiva, evidente risultato di una sofferta partecipazione all’interpretazione del paesaggio e, in extrema ratio, all’esegesi della contemporaneità.

Attraverso un tratto corsivo e una solida conoscenza delle tecniche pittoriche, l’artista crea composizioni visivamente coinvolgenti, condite da una poetica visionaria e da una personalissima ricerca creativa. Immagini prive di contorni, velate da un realismo magico che ne rende immediatamente riconoscibile lo stile. Oggetti fumosi allocati in spazi dilatati, di cui si percepisce la continuazione oltre i margini della tela, determinando effetti di forte suggestione.

L’artista sovrappone e confonde luoghi fisici e luoghi della memoria, in avvicendamenti emotivi stratificatisi in corso d’opera, consegnando al pubblico una texture di lirica compostezza.

Carmelo Cipriani

 

“… Sensazioni tramutate, pittoricamente, in paesaggi metropolitani che ‘ raccontano’ di un istante, di una fuga, di un rientro. Fughe e rientri, dunque, attimi di un incrocio colti come in un fotogramma del film ‘Smoke’ di Wayne Wang e come esso sempre uguali a se stessi oppure irripetibili, un pò anche ‘degli’ Edward Hopper per cui abbiamo tolto ‘limiti e confini’ per giungere alle periferie dell’anima …”

Maria Cristina Nascosi. Ferrara.

“… la Cacucciolo usa il pennello disegnando con il colore, cogliendo guizzi di luce, attimi fuggenti…..Protagoniste sono le periferie, intese come un percorso fatto di racconti, immagini, flash di un viaggio in cui si coglie la voglia di fuggire per poi ritornare arricchiti dall’esperienza di orizzonti più aperti. Infatti gli spruzzi di azzurro alludono proprio a questo desiderio di libertà, l’azzurro ci riporta al cielo aperto e infinito…..Loredana Cacucciolo riprende il volto delle città così come oggi ci appare, con quegli elementi particolari che parlano della nostra società tecnologica: ecco così i distributori di benzina, i cartelli stradali, elementi che ormai fanno parte del nuovo tessuto urbano e che l’artista descrive con freschezza e con trasporto emotivo…..Cerca il movimento dipingendo periferie e città che sembrano viste in corsa….., anche la pennellata diventa veloce, scattante come una sciabolata per catturare il ritmo vorticoso della vita metropolitana. Però l’artista in particolare ci propone le visioni malinconiche della periferia desolata e ben lontana dal frastuono e dal caos delle metropoli..…in questa atmosfera dimessa…..ci invita a riflettere e a considerare che il tempo corre come le macchine, come il progresso, ma rimangono immutati i sentimenti dell’uomo, la poesia e la voglia di libertà …”

Gabriele Turola. Ferrara

“… Le sue opere sono straordinarie, spiazzano, spaesano: non c’è il paese nelle sue opere. Potrebbero sembrare situazioni del paese quelle che vediamo nelle sue opere: l’incrocio, il bar. Invece, ci sono queste strade, senza persone, che hanno qualcosa delle città del Sud, ma sono colte nello straniante, nello spaesamento. C’è l’incrocio che insiste: ecco lo svincolo, i semafori, gli stop, i segnali stradali. Anche l’incrocio, la croce, è una figura del due, dell’apertura. E da questa croce si aprono scenari che partono dal quotidiano, assolutamente banale – qualche macchina qua e là, qualche strada deserta – per portarci ad una situazione che invece è profondamente inquietante straniante, per questa quieta desolazione, che non è il deserto, ma qualcosa che riguarda la via della solitudine, la solitudine come condizione per pensare, la solitudine per riflettere…..”

Sergio Dalla Val. Bologna.

“… La sua pittura, è soprattutto gesto, movimento, dinamismo, consapevolezza delle cose, conoscenza ma anche libertà, varietà e creatività. Le sue ‘ periferie’ sono ambienti noti, visti e rivisti mille volte con gli occhi della fisicità, ma che nella pittura si trasfigurano in altre immagini, sempre diverse ogni volta che si guardano; dietro pennellate veloci, guizzanti, tratteggiate, graffiate, corpose si celano strutture massicce piene di storia e nello stesso tempo antiche e moderne. La pittura di Loredana Cacucciolo è certamente una pittura degli occhi, dello sguardo, uno sguardo fugace, veloce, dinamico, ma mai superficiale, chiaro nel far percepire le cose e coinvolgere nel contempo l’immaginazione. L’impatto con la realtà, con le forme di questa natura metropolitana, avviene per un processo di trasfigurazione, attraverso la semplificazione delle forme, la razionalizzazione dei tratti che tocca in molti casi l’astrazione…..E Loredana non va lontano a cercare l’oggetto della sua ricerca, si ferma a ritrarre, in atmosfere intimamente liriche:…..la periferia…..Le ‘periferie’ di Loredana Cacucciolo non sono certamente una denuncia sociale di quello che la periferia significa nel nostro tempo e nei nostri ambienti urbani, piccoli o grandi che siano esse sono una proposta di visione nuova…..che alterna sentimenti di malinconia, solitudine, ma anche di vita inquadrata solo di sfuggita, da lontano attraverso la macchia di una finestra, di una persiana aperta o di una porta …”

Maria De Mola. Fasano.

“… Anche la città delle persone è una città di inquietudini. Quella di Loredana Cacucciolo, quasi una novella Mary Cassatt che, con una pennellata vibrante, luminosa, fortemente impressionista, racconta letti sfatti che parlano d´amore e abbracci che sfidano gli orrori della guerra …”

Alessandra Radaelli

“… Tratteggi urbani, dettagli industriali, scene di interni sono tracciate da gesti fugaci, quasi confusi, in cui a stento si riconosce la figura umana. Il latente gioco prospettico, il dinamismo del tratto, la leggerezza dei toni attribuiscono ai paesaggi suburbani un’entità quasi contemplativa e alle scene di interni una sensualità raffinatissima. Lo spettatore è catturato un attimo in più a scrutare i lavori, quello necessario a cogliere i dettagli che seppur nella precarietà e trepidazione della pittura sono stilati con cura. Inconscia la gestuale tecnica, segnico il tratto, empatica la verve artistica. Evidenti i tratti della mano artistica, quasi si possano contare le pennellate che hanno determinato la stesura generale dei lavori, consolidate dall’esperienza, compatte su una superficie che si presta ad essere eccitata dalla vitalità dei toni, dinamizzata dall’olio.

Quando il supporto si ispessisce il ‘non finito’ del suo stile esce di scena dal sipario artistico rasserenando con garbo l’osservatore che entusiasta applaude il tripudio emozionale della resa. I lavori della Cacucciolo si indagano da vicino e si inquadrano da lontano: ed ecco che la compiutezza e l’integrità emergono quasi per incanto e aiutano a comprendere quanto complessa sia la realizzazione di un capolavoro contemporaneo …”

Anna Soricaro

 

D.O.V.E.

 

Dietro Ogni Vivida Espressione

Dove c’è arte c’è sempre un’espressione fervida di chi produce.

Dove c’è arte c’è applicazione e istinto.

Dove c’è arte c’è poesia.

Dove c’è passione, impeto, dedizione si creano opere d’arte.

 

D.O.V.E. è un iter espositivo ricolmo di tappe, è il lungo percorso di un’artista che ha sostato in disparati ‘dove’  per esprimersi con una ‘uguale differenza’: Loredana Cacucciolo, eroina del lungo viaggio, magicamente visita interni ed esterni con abile rapidità .

Le opere di D.O.V.E. semplicemente ritraggono periferie urbane ora notturne, desolate o spoglie ora ricolme della frenesia architettonica; ma non solo.

L’arte della Cacucciolo è immaginazione nei letti stravolti da notti consumate ispirata dalla scrittura di Bukowski, è trattazione nei salotti accuratamente arredati, è fascino nella soavità delle linee disegnate, è racconto negli esterni urbani.  Con maestria l’artista si districa tra pittura e disegno passando da rapide pennellate prevalentemente grigio a segni di colore che individuano rotondeggianti immagini evidenziando versatilità e adattabilità.

Si dice che la pittura, meglio l’arte, abbia la capacità di fare e disfare,  creare e inventare anche laddove esiste il nulla: l’abilità dell’arte della Cacucciolo sta nell’affidare azione alle  identità stabili con la rapidità di un effetto che inquadra e squadra, un gesto che si rende noto solo da lontano e si offusca, divenendo quasi incomprensibile, da vicino. Superando i confini della sveltezza, quando la mano circostanzia i soggetti, si affida alla rilassatezza dei toni e si riposa per curare ogni dettaglio .

I diversi interpreti di ogni ricerca, spesso luoghi, raramente personaggi, sono come silhouettes fatte di linearità flessuosa che si stagliano nello spazio pittorico fatto di calibrato ordine, riproposti in macroscopiche e microscopiche trasformazioni danno vita ad una infinità di variazioni.

D.OV.E. per Loredana Cacucciolo è un viaggio che ripercorre le tappe della sua creazione, partendo da pacate periferie e risalendo i caratteri ancestrali come linee guida che le servono da epilogo non definitivo della sua energica e genuinità artistica. Ne nasce così una pittura sbigottita nella quale la capillare traccia lasciata dalla mano traduce i ritmi della vita, mentre il colore, sapientemente usato, si trastulla con le forme trasmettendo una energica esuberanza. Ogni immagine si concerta in una infinità di tessere che, come le parti di un puzzle, trovano senso solo in stretto rapporto con il tutto; come in una esplorazione in cui il ‘d.o.v.e. andare’ diventa secondario quando spazio e identità tacciono sapientemente ‘dietro ogni vivida espressione’ plasmando impareggiabili capolavori .

Anna Soricaro

 

LA  ‘LUCCIOLA’   DI   LOREDANA

 

L’assenza delle donne dalla storia dell ‘ arte  e’ ormai dato sociologico acquisito: una emarginazione, direi di piu’, una esclusione psicologica e sociale  dal potere maschile eccezion fatta di alcune presenze come quelle della barocca Artemisia  Gentileschi, che pago’ cara la sua empiria scolastica, o della settecentesca Rosalba Carriera condannata al ruolo prevalente  di rappresentazione di venusta’ femminili.

E’ solo con le avanguardie storiche del ‘900, nello specifico del Futurismo, Dadaismo e Surrealismo, contemporaneamente alla nascita e alla diffusione del movimento femminista, che le donne entrano , prima di nicchia e poi di massa,  a pieno titolo nel mondo dell’arte.

Attualmente direi che sono le piu’ produttive e le piu’ ansiose di esprimere quello che per secoli sono state costrette a tacere. Loredana Cacucciolo ne e’ una evidente quanto interessante esponente. La sua creativita’ figurativa, apparentemente natural-realistica, in verita’ e’ sottesa da allusioni  psichiche che la apparentano al surrealismo per la sua intimistica e defilata, ma  allo stesso tempo audace,  introspezione per se’ e che evidenzia agli altri.

I suoi colori preferiti sono funzionali a trame  tonali diffuse e soffuse che vanno dall’ ocra al beige, dal grigio fango al rosato e proprio percio’ integrano tattilita’ materica e vibrazioni luminose. Ne escono fuori immagini visivamente note, ma proprio per la resa coloristico-materica sono indizi  di emotivita’ magnetiche, ma indefinibili. L’effetto finale e’ una ricerca – attraverso le iconologie  piu’ scontate – del se’ misterioso e possibilita’ di indagine per gli altri.

La sua iconologia creativa si articola in tre momenti di sguardo: il primo dall’ampia prospettiva e’ raffigurato da agglomerati urbani contemporanei costituiti da solidi geometrici privi di presenze umane: alienanti nelle forme e fangosi nella visione . Piu’  un ungarettiano  ”Porto sepolto” che una comunita’   terrena: un porto                                 arcano quanto misterioso, luogo sperduto nello spazio e nel tempo e non piu’ recuperabile o rivivibile, se non una metafora dell’inconscio infrequentabile.

Il secondo riporta una spazialita’ piu’ ristretta: sono singole stanze, anch’esse non vissute, ma che conservano i  ricordi di rapporti sentimentali o affettivi. Domina   un arredo borghese tardo ottocentesco: le care stanze della   ”Nonna Speranza”  di Guido Gozzano, senza la di lui ironia, anzi ambiguamente visitate tra rivissute emozioni e nostalgie di assenze.

Infine uno sguardo  focalizzato, piu’ audace ed introspettivo, sugli interni di  stanze da letto, ora solitarie ora con una figura di donna: una autorappresentazione , che riporta alle scelte  fotografiche di Nan Goldin,  in meditazione sulla ricerca di una   impossibile felicita’: piu’ che perduta, imprendibile.

E’ la lucciola di Haruki Murakami di ‘Norwegian wood’ : prima chiusa  in un barattolo, poi – lasciata  libera – divento’ inafferrabile.

”In quel buio provai molte volte ad allungare la mano. Le  mie dita pero’ non incontravano niente. Quella piccola luce era sempre un po’ piu’ avanti delle mie dita”.

Luigi Dello Russo